Parola d’artista ed. speciale su Andros

Riportiamo con grande piacere una recensione di Roberto Comelli che ha partecipato a “Parola d’Artista – D’amore e d’arte” dedicata all’arte, e in particolare all’Opera omnia di scultura recentemente pubblicata, del nostro ex Vicepresidente Andros, che ci ha da poco lasciati.
Giuse Iannello ha introdotto la serata, Elisabetta Ubezio ha letto alcuni brani inediti dell’autobiografia incompiuta di Andros, Valerio Incerto le ha coordinate.


ANDROS – UN ALCHIMISTA ESPRESSIONISTA
ALLA CORTE DELL’ASSOLUTO
Creazione e tragedia in una vita d’artista
di Roberto Comelli

“Tutta l’arte degna di questo nome è in relazione con l’assoluto, cioé con la vita e con morte”. Nella secolare semioscurità della Strada sotterranea del Castello, mentre attendo che abbia inizio l’evento organizzato dall’Associazione Evuz Art per ricordare l’artista Andros, mi torna alla mente questa affermazione di Mark Rothko, uno dei più grandi pittori contemporanei, scomparso togliendosi la vita nel 1970. Penso che, rispetto a questa serata, le parole del maestro lituano-statunitense pongano il tema in un punto cruciale, all’incrocio dei venti. Perché, come per Rothko – pur nella diversità dello stile e dei percorsi – l’opera di Andros ruota con una forza ipnotica attorno ad un intimo dramma interiore, scandendo le tappe di un viaggio apparentemente senza redenzione. E, come Rothko, anche Andros ha concluso tragicamente il proprio percorso umano. Se l’uomo merita tutto il rispetto del silenzio e del raccoglimento, è dell’artista – complesso, scomodo, a tratti perfino provocatorio – che in un’occasione come questa s’intende parlare.

Stasera, ad officiarne una qualche forma di ricordo sono due donne. Introduce Giuse Iannello, presidente di Evuz Art. È seria, assorta in una compostezza concentrata. Si capisce che conosce bene l’argomento, che ha alle spalle conversazioni, interviste e collaborazioni con il protagonista. E si intuisce la commozione – tanto più struggente, in quanto controllata – di chi non orchestra un’occasione di superficiale divulgazione, ma ha fatto l’esperienza di un incontro con la carne viva dell’opera che è l’oggetto di questo incontro.
Alla lettura di una scelta di testi dell’artista è Elisabetta Ubezio. Sta in un angolo, circonfusa dal rigore di una severa mise nera. Con il fuoco greco che fa ardere il suo talento, cerca di infondere pienezza di vita alle parole di chi non c’è più. Le avvolge, le accarezza – trovando quasi sempre l’intonazione giusta, affidando al lampeggiare magnetico dello sguardo l’annuncio di ogni parola proferita. E sono ricordi di adolescenza, brani di prosa e frammenti di un’autobiografia ormai condannata all’incompiutezza. Il tutto, composto da Andros in uno stile semplice e misurato, caratterizzato da una scorrevolezza e da una lucidita disarmanti. Perché l’artista – pur nella dedizione prevalente alla scultura – possedeva questa natura creativa polimorfa: pittore, grafico, scrittore. Ritornano momenti di giovinezza, pomeriggi svagati in una cameretta di studente, le imposte chiuse, la lampada da tavolo accesa, ad ammirare il talento di disegnatrice della sorella, la grazia incantevole con la quale ella tratteggiava farfalle.

Farfalle appese costellano una delle ultime opere-installazioni alle quale ha partecipato Andros, in collaborazione con Evuz Art. Dondolano e volteggiano al gioco del caso, presso un bustino dalla femminilità incantatoria, radiante di luce.
Altrove ho parlato della potenza con la quale questo artista ha saputo inscenare la sua danza di spettri. Probabilmente, era un modo per dirci che è grottesco ogni tentativo di imitazione della realtà. Perché l’assoluto dell’arte non riproduce, ma può solo testimoniare che la vita e la morte non hanno figura. E che della vita si può avere solo la nostalgia di una mancanza, mai di una pienezza. “Inutile arrendersi, la vita non fa prigionieri” – era uno dei suoi taglienti aforismi. Forse, gli sarebbe piaciuta l’intelligenza iconoclasta e viennese di Karl Kraus, quando sentenziava, parodiando i facitori di luoghi comuni: “Non si vive nemmeno una volta”.
Eppure, nella sua arte, la ferita non è mai scomposta, l’orrore del vuoto non viene mai esibito. La sua mano è legata alla tecnica, al gesto che ricompone nella misura dei volumi e delle forme. In altri termini, se la sua arte non nasconde il fondo tragico dell’esistenza (“Mi chiedete come sia la mia arte… La mia è ‘arte morta’”) e non offre consolazione nei significati, essa incorpora la bellezza in un assoluto che non ha figura, ma che ospita la ferita senza ostentarla, anzi, trasfigurandola in un mistero nel medesimo tempo doloroso e beffardo. Certo non mefistofelico, ma faustiano. Un’arte che – fortunatamente – non ha messaggi da comunicare, perché si consacra proprio nella sua intima resistenza ad ogni decifrazione semantica o traduzione ideologica.

“Qui, dove la bellezza vede spenta la luce dei suoi occhi / E il nuovo amore non riesce a piangerla oltre il domani” – come scandisce melodiosa l'”Ode ad un usignolo” di John Keats, ci rimangono gli esiti estremi di una visione chiara fino all’allucinazione, per dirla con un altro giovane, tormentato poeta, Majakovskij. Capocchie antropomorfe di cerini umani, ritti come condannati di fronte al plotone d’esecuzione, in attesa di incenerirsi al tocco del caso o già liquefatti dall’angoscia. Sarcasmi di reliquie tecnologiche, dentro una teologia capovolta che promette l’estasi nel possesso di un nuovo smartphone o nell’abuso della carta di credito. E poi, opere grafiche di straordinaria intensità, visioni di donne la cui sensualità sconcertante si concentra nel bianco degli occhi, nelle volute che disegnano le pupille in vortici di colori contrastanti, statue di prostitute composte di membra e arnesi del mestiere, borsette, alti stivali. Uno sguardo nel repertorio surrealista delle pulsioni umane, riesumando un substrato inconscio che non è bestiale irrazionalità, ma è un’altra ragione, lucida, colta e teatrale.
Qualcosa di perturbante, di eretico che -come il sogno – abita un'”altra” scena. Un’energia ed una tensione che scolpiscono nella sofferenza la strada del cammino di questo alchimista espressionista, a volte sotto un cielo plumbeo ed affilato come un fiordo di Munch o di Ibsen, altre volte nell’esuberanza barocca di un teatro anatomico partenopeo o di una Wunderkammer dell’antica Praga. E poi, sì, naturalmente l’ultima pulsione, quella della fine, lo schianto del settimo sigillo, la tentazione di fare della propria vita un capolavoro bergmaniano che – camminando sul filo affacciato all’abisso – può tradursi in incubo.

Qui, forse – proprio nel tempo del suo umano frangersi – si realizza per lui il suo destino d’artista. La pulsione, che di per sé sarebbe acefala e perversa, trova la ricomposizione della forma. Ed è una redenzione miracolosa, che insegna qualcosa a ciascuno di noi. Almeno grazie all’Arte possiamo non lasciare l’ultima parola all’ombra. Ce lo ricorda anche un omino vestito di scuro, che fu nessuno e centomila, Fernando Pessoa nella sua poesia “Ho pena delle stelle”, un giorno di dicembre del 1928:

“Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
qualcosa così,
come un perdono?”

Emozione. Commozione. Sipario.


Evuz Art – Parola d’artista
Edizione Speciale – Andros
Strada sotterranea del Castello
Vigevano, 27 aprile 2019

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