Emilia Rebuglio Parea racconta Alda Merini

la locandina dell’evento


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Una sorprendente serie di circostanze lega noi di Evuz Art ad Alda Merini. Le nostre strade si incrociarono la prima volta a casa Merini, durante il sopralluogo per l’allestimento di Seconda Pelle, che seguì il reading organizzato da Agnese Coppola.
E fu scambio di energia potente davanti a quella macchina da scrivere che lei usava senza nastro e di fronte a brandelli di muro zeppi di numeri di telefono annotati col rossetto.
Ne nacquero due installazioni site specific, “Farfalle libere” di Andros, Iannello, Lucatelli, e “La pelle di Alda” di Iannello, Vecchio.
Lei ricambiò facendoci trovare una poesia che ha lo stesso titolo della prima installazione e un’altra poesia che sembrava scritta apposta per Andros.
L’installazione “La pelle di Alda” servì come scenografia per un teatro breve ispirato a un testo di Giuse Iannello, per la regia di Valerio Incerto e l’interpretazione di Elisabetta Ubezio e Pietro Temporin.
Questa è la quarta volta che le nostre strade si incrociano, e succede in occasione di un’edizione speciale di Parola d’artista che per il Fuori Rassegna si sposta dalla sede abituale di Astrolabio, trasferendosi in Sala Dell’Affresco.
Emilia Rebuglio Parea ci parlerà di Alda e di una raccolta poetica uscita postuma come un tesoro inaspettato. Giuseppe Castelli ci accompagnerà in questo nuovo viaggio

Arte come trasformazione: la scelta dell’angelo

ARTE COME TRASFORMAZIONE: LA SCELTA DELL’ANGELO

In occasione del Festival delle trasformazioni della città di Vigevano, organizzato da Rete Cultura Vigevano, Evuz Art propone il seguente programma:

La parola arte deriva dalla radice ariana “ar” che vuol dire andare, mettersi in moto, muoversi verso qualcosa e, in senso traslato, adattare, fare in maniera adeguata. La trasformazione è quindi un aspetto implicito nel lavoro dell’artista, che cerca incessantemente forme adatte a ciò che vuole esprimere: tras-forma la materia attraverso il proprio fare, arte-fa, e proprio di questo ci parlerà Domenico Spinosa, docente di estetica all’Accademia di Brera.
Il suo intervento tratterà della forma-cinema a partire dal film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders per spaziare nel campo delle arti visive e della filosofia, mettendo a confronto la figura dell’angelo nell’arte di Paul Klee e di Anselm Kiefer e il pensiero di Benjamin Franklin.
Durante la relazione sarà affiancato da Bianca Garavelli, scrittrice, dantista e critico letterario per il quotidiano “Avvenire”.
Una performance teatrale aprirà l’evento, con gli attori Elisabetta Ubezio e Claudio Taroppi nei ruoli che furono di Solveig Dommartin e Bruno Ganz, con testi di Giuse Iannello e musica di Valerio Incerto. Lunedì 30/9 verrà proiettato gratuitamente il film di Wim Wenders presso la Sala Franzoso della Biblioteca Civica.

Per domenica 29/9 è invece prevista la performance artistica “IDENTIKIT” con Alex Sala e Dora Ayala, una lunga indagine corporea sull’identità, della quale scrive Sonia Patrizia Catena:
Dora e Alex operano un azzeramento identitario per focalizzare l’attenzione sulla tematica dell’ego e sull’incapacità dell’uomo di relazionarsi al mondo e agli altri mediante punti di vista differenti.”

Nella stessa giornata di domenica 29 settembre alle ore 21.00 nella Strada Coperta del Castello andrà in scena lo spettacolo teatrale “Non ti avvicinare”, scritto e diretto da Valerio Incerto, Sei giorni in un anno. Un uomo e una donna bendati per un misterioso esperimento sociale di un antropologo ossessionato dalla prossemica e in cerca di celebrità.
L’uomo e la donna parlano della loro vita, la guerra a Belgrado, l’infanzia, le relazioni sentimentali. Così si cercano, si avvicinano ma al momento di toccarsi l’antropologo misura la distanza tra loro e li allontana. I due si affezionano fino ad arrivare ad un tentativo di approccio sessuale. Entrambi aspettano con ansia il termine dell’esperimento quando le bende saranno tolte. L’antropologo li ascolta, scrive appunti, continua a “prendere le misure” di ogni nuova posizione. L’uomo confessa una relazione omosessuale e l’esperimento volge al dramma.
L’antropologo decide di concludere l’esperimento. L’uomo e la donna si tolgono le bende e si guarderanno negli occhi per la prima volta.


PROGRAMMA FESTIVAL TRASFORMAZIONI EVUZ ART

SABATO 28/9/19 H.17,00, Sala del Duca del Castello Sforzesco, Vigevano

ARTE COME TRASFORMAZIONE: LA SCELTA DELL’ANGELO
Bianca Garavelli dialoga con Domenico Spinosa, Accademia di Brera

LA SCELTA DELL’ANGELO, performance teatrale

di Elisabetta Ubezio e Claudio Taroppi; testo Giuse Iannello, musica Valerio Incerto

-DOMENICA 29/9 ore 18,30 Sala del Duca

IDENTIKIT, Performance artistica di Dora Ayala e Alex Sala

-DOMENICA 29/9 ore 21,00 Strada Coperta del Castello Sforzesco

NON TI AVVICINARE, spettacolo teatrale, ingresso libero

con Daniela Colombi, Claudio Taroppi, Pietro Temporin decor di

Samantha Bonanno; testo, musica e regia di Valerio Incerto

al violino Mauro Magani

LUNEDI’ 30/9 ore 20,45 Sala Franzoso Biblioteca Civica di Vigevano

IL CIELO SOPRA BERLINO, film di Wim Wenders, proiezione gratuita

Parola d’artista ed. speciale su Andros

Riportiamo con grande piacere una recensione di Roberto Comelli che ha partecipato a “Parola d’Artista – D’amore e d’arte” dedicata all’arte, e in particolare all’Opera omnia di scultura recentemente pubblicata, del nostro ex Vicepresidente Andros, che ci ha da poco lasciati.
Giuse Iannello ha introdotto la serata, Elisabetta Ubezio ha letto alcuni brani inediti dell’autobiografia incompiuta di Andros, Valerio Incerto le ha coordinate.


ANDROS – UN ALCHIMISTA ESPRESSIONISTA
ALLA CORTE DELL’ASSOLUTO
Creazione e tragedia in una vita d’artista
di Roberto Comelli

“Tutta l’arte degna di questo nome è in relazione con l’assoluto, cioé con la vita e con morte”. Nella secolare semioscurità della Strada sotterranea del Castello, mentre attendo che abbia inizio l’evento organizzato dall’Associazione Evuz Art per ricordare l’artista Andros, mi torna alla mente questa affermazione di Mark Rothko, uno dei più grandi pittori contemporanei, scomparso togliendosi la vita nel 1970. Penso che, rispetto a questa serata, le parole del maestro lituano-statunitense pongano il tema in un punto cruciale, all’incrocio dei venti. Perché, come per Rothko – pur nella diversità dello stile e dei percorsi – l’opera di Andros ruota con una forza ipnotica attorno ad un intimo dramma interiore, scandendo le tappe di un viaggio apparentemente senza redenzione. E, come Rothko, anche Andros ha concluso tragicamente il proprio percorso umano. Se l’uomo merita tutto il rispetto del silenzio e del raccoglimento, è dell’artista – complesso, scomodo, a tratti perfino provocatorio – che in un’occasione come questa s’intende parlare.

Stasera, ad officiarne una qualche forma di ricordo sono due donne. Introduce Giuse Iannello, presidente di Evuz Art. È seria, assorta in una compostezza concentrata. Si capisce che conosce bene l’argomento, che ha alle spalle conversazioni, interviste e collaborazioni con il protagonista. E si intuisce la commozione – tanto più struggente, in quanto controllata – di chi non orchestra un’occasione di superficiale divulgazione, ma ha fatto l’esperienza di un incontro con la carne viva dell’opera che è l’oggetto di questo incontro.
Alla lettura di una scelta di testi dell’artista è Elisabetta Ubezio. Sta in un angolo, circonfusa dal rigore di una severa mise nera. Con il fuoco greco che fa ardere il suo talento, cerca di infondere pienezza di vita alle parole di chi non c’è più. Le avvolge, le accarezza – trovando quasi sempre l’intonazione giusta, affidando al lampeggiare magnetico dello sguardo l’annuncio di ogni parola proferita. E sono ricordi di adolescenza, brani di prosa e frammenti di un’autobiografia ormai condannata all’incompiutezza. Il tutto, composto da Andros in uno stile semplice e misurato, caratterizzato da una scorrevolezza e da una lucidita disarmanti. Perché l’artista – pur nella dedizione prevalente alla scultura – possedeva questa natura creativa polimorfa: pittore, grafico, scrittore. Ritornano momenti di giovinezza, pomeriggi svagati in una cameretta di studente, le imposte chiuse, la lampada da tavolo accesa, ad ammirare il talento di disegnatrice della sorella, la grazia incantevole con la quale ella tratteggiava farfalle.

Farfalle appese costellano una delle ultime opere-installazioni alle quale ha partecipato Andros, in collaborazione con Evuz Art. Dondolano e volteggiano al gioco del caso, presso un bustino dalla femminilità incantatoria, radiante di luce.
Altrove ho parlato della potenza con la quale questo artista ha saputo inscenare la sua danza di spettri. Probabilmente, era un modo per dirci che è grottesco ogni tentativo di imitazione della realtà. Perché l’assoluto dell’arte non riproduce, ma può solo testimoniare che la vita e la morte non hanno figura. E che della vita si può avere solo la nostalgia di una mancanza, mai di una pienezza. “Inutile arrendersi, la vita non fa prigionieri” – era uno dei suoi taglienti aforismi. Forse, gli sarebbe piaciuta l’intelligenza iconoclasta e viennese di Karl Kraus, quando sentenziava, parodiando i facitori di luoghi comuni: “Non si vive nemmeno una volta”.
Eppure, nella sua arte, la ferita non è mai scomposta, l’orrore del vuoto non viene mai esibito. La sua mano è legata alla tecnica, al gesto che ricompone nella misura dei volumi e delle forme. In altri termini, se la sua arte non nasconde il fondo tragico dell’esistenza (“Mi chiedete come sia la mia arte… La mia è ‘arte morta’”) e non offre consolazione nei significati, essa incorpora la bellezza in un assoluto che non ha figura, ma che ospita la ferita senza ostentarla, anzi, trasfigurandola in un mistero nel medesimo tempo doloroso e beffardo. Certo non mefistofelico, ma faustiano. Un’arte che – fortunatamente – non ha messaggi da comunicare, perché si consacra proprio nella sua intima resistenza ad ogni decifrazione semantica o traduzione ideologica.

“Qui, dove la bellezza vede spenta la luce dei suoi occhi / E il nuovo amore non riesce a piangerla oltre il domani” – come scandisce melodiosa l'”Ode ad un usignolo” di John Keats, ci rimangono gli esiti estremi di una visione chiara fino all’allucinazione, per dirla con un altro giovane, tormentato poeta, Majakovskij. Capocchie antropomorfe di cerini umani, ritti come condannati di fronte al plotone d’esecuzione, in attesa di incenerirsi al tocco del caso o già liquefatti dall’angoscia. Sarcasmi di reliquie tecnologiche, dentro una teologia capovolta che promette l’estasi nel possesso di un nuovo smartphone o nell’abuso della carta di credito. E poi, opere grafiche di straordinaria intensità, visioni di donne la cui sensualità sconcertante si concentra nel bianco degli occhi, nelle volute che disegnano le pupille in vortici di colori contrastanti, statue di prostitute composte di membra e arnesi del mestiere, borsette, alti stivali. Uno sguardo nel repertorio surrealista delle pulsioni umane, riesumando un substrato inconscio che non è bestiale irrazionalità, ma è un’altra ragione, lucida, colta e teatrale.
Qualcosa di perturbante, di eretico che -come il sogno – abita un'”altra” scena. Un’energia ed una tensione che scolpiscono nella sofferenza la strada del cammino di questo alchimista espressionista, a volte sotto un cielo plumbeo ed affilato come un fiordo di Munch o di Ibsen, altre volte nell’esuberanza barocca di un teatro anatomico partenopeo o di una Wunderkammer dell’antica Praga. E poi, sì, naturalmente l’ultima pulsione, quella della fine, lo schianto del settimo sigillo, la tentazione di fare della propria vita un capolavoro bergmaniano che – camminando sul filo affacciato all’abisso – può tradursi in incubo.

Qui, forse – proprio nel tempo del suo umano frangersi – si realizza per lui il suo destino d’artista. La pulsione, che di per sé sarebbe acefala e perversa, trova la ricomposizione della forma. Ed è una redenzione miracolosa, che insegna qualcosa a ciascuno di noi. Almeno grazie all’Arte possiamo non lasciare l’ultima parola all’ombra. Ce lo ricorda anche un omino vestito di scuro, che fu nessuno e centomila, Fernando Pessoa nella sua poesia “Ho pena delle stelle”, un giorno di dicembre del 1928:

“Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un’altra specie di fine,
qualcosa così,
come un perdono?”

Emozione. Commozione. Sipario.


Evuz Art – Parola d’artista
Edizione Speciale – Andros
Strada sotterranea del Castello
Vigevano, 27 aprile 2019

Gli Artisti di Contrasti – Nuove prospettive

Locandina Contrasti

Il Comitato tecnico, composto da una rappresentanza del Direttivo di Evuz Art (che ha accolto anche il parere di una stagista dell’Accademia di Belle Arti di Brera) e due Esperti di provenienza esterna all’Associazione, ha scelto ieri gli Artisti che esporranno presso la Nuova Sotterranea del Castello di Vigevano dal 19 aprile al 1 maggio 2019.
Ecco i nomi:

ANTONELLA GERBI e ALEX SALA per la performance di apertura.

ANDROS
SAMANTHA BONANNO
MICHELA BORIN
GIOVANNA CACCIATORE
SILVIA DE MARCHI
EVUZ ART GROUP
GIUSE IANNELLO
GIANMARCO LANDRIANI
FRANCO LONGHI
LORENZO LUCATELLI
SANDRO MIGLIARINI
NICOLA PAGLIA
AGOSTINA PALLONE
CAROLE PEIA
VINCENZO PELLITTA
LUIGI ROSSANIGO
VALERIO ROSSI
PIERANGELO RUSSO
ELISABETTA ERICA TAGLIABUE
PAOLO VECCHIO

Ringraziamo tutti gli Artisti che hanno partecipato alla selezione, siamo onorati che ci abbiate proposto i Vostri lavori, tutti frutto di passione e di ricerca e degni di attenzione.
Un caloroso ringraziamento va, naturalmente, a Cesare Bozzano ed Edoardo Maffeo che sono stati determinanti nelle scelte,  regalandoci il loro tempo e la loro competenza.

La pelle di Alda, teatro brevis

In occasione di “Seconda pelle” presso Casa delle Arti- Spazio Alda Merini in Milano, Evuz Art ha voluto omaggiare la Poetessa con due installazioni site-specific: la prima, “FARFALLE LIBERE” l’abbiamo presentata nell’articolo precedente; la seconda era “LA PELLE DI ALDA”, con il contributo di Giuse Iannello e Paolo Vecchio. Quest’ultimo ha eseguito un ritratto così intenso che ha ricevuto anche i complimenti della figlia di Merini. Sul lenzuolo del S.S.N., che porta a casa gli ammalati dopo il ricovero, anche questo un richamo alla vera e propria detenzione subita da Alda per una presunta pazzia, c’è scritto in oro e rosso, per ben 630 volte “La poesia è la pelle del poeta”.
L’installazione è servita da scenografia alla performance di teatro brevis “La pelle di Alda”, con gli attori Elisabetta Ubezio nel ruolo di Merini e Pietro Temporin nelle vesti di un giornalista, per la regia di Valerio Incerto, autore anche delle musiche.
Pubblichiamo il testo di Giuse Iannello che ha fatto da canovaccio alla sceneggiatura definitiva, leggermente modificata da Valerio Incerto per esigenze di scena. Le risposte di Alda sono citazioni dirette di frasi o poesie della stessa poetessa.

LA PELLE DI ALDA

Un intervistatore siede con dei fogli in mano, nei pressi della camera di Alda Merini.
Accanto a lui una sedia vuota, su cui è distesa una camicetta bianca, una collana rossa, un paio di orecchini. Sul tavolino davanti alle sedie sono posati un pacchetto con una sigaretta e un accendino, un rossetto, un bloc notes con note scritte col rossetto e un lapis rosso.


Intervistatore: Buonasera Alda, grazie per aver accettato di rispondere a qualche mia curiosità. So che definisci “scocciature” le interviste…
A cosa pensi quando scrivi?
Quando scrivo
chino il capo nella polvere
e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo.

Sei più istintiva o razionale?
A Pelle si sentono cose
a cui le parole
non sanno dare un nome.

A volte si ha l’impressione che la poesia, l’Arte, abbiano un linguaggio troppo complicato per essere compreso dalla gente comune. Che cosa ne pensi?
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

In questa intervista hai parlato spesso di pelle: qual è il tuo rapporto con questa parte importante del nostro corpo?
La pelle nuda fremente,
che di notte raccoglie i sogni,
la tua pelle nuda e fremente,
che vive senza emozioni
paga soltanto del mondo,
che la circonda indifeso,
la tua pelle non è profonda,
resta soltanto una resa:
una resa a un corpo malato
che nella notte sprofonda,
un grido tuo disperato,
a quello che ti circonda.
La tua pelle che fa silenzio,
e lievita piano l’ora,
la tua pelle di dolce assenzio
forse può darti l’aurora,
l’aurora tetra e gentile
di un primo canto di aprile.

Se dovessi scrivere un testamento spirituale per me, come lettore ideale della tua poesia, quali parole useresti?
Io ho scritto per te ardue sentenze,
ho scritto per te tutto il mio declino;
ora mi anniento, e niente può salvare
la mia voce devota; solo un canto
può trasparirmi adesso dalla pelle
ed è un canto d’amore che matura
questa mia eternità senza confini.

Farfalle libere

farfalle libere illuminata

Quando questa installazione di Andros, Lorenzo Lucatelli e Giuse Iannello del Gruppo Evuz Art, dedicata ad Alda Merini, , fu ultimata, si doveva decidere il titolo definitivo tra i tanti in ballottaggio. Alla fine si optò per Farfalle libere, perché rendeva bene il concetto da cui era nata: una camicia di forza dai cui fori uscivano farfalle, libere di librarsi nell’aria.
Qualche tempo dopo scoprimmo che la stessa Merini aveva scritto una poesia dal titolo “Farfalle libere”: strane coincidenze…probabilmente noi Evuziani ci eravamo trovati, per un attimo, sul suo stesso pianeta.
L’installazione fu esposta a Casa delle Arti – Spazio Alda Merini a Milano dal 2 al 9 dicembre 2017.
FARFALLE LIBERE
donne povere e sole, 
violentate da chi 
non vi conosce. 
Donne che avete mani 
sull’infanzia, 
esultanti segreti 
d’amore, tenete conto 
che la vostra voracità 
naturale non 
sarà mai saziata. 
Mangerete polvere, 
cercherete d’impazzire 
e non ci riuscirete, 
avrete sempre il filo 
della ragione che vi 
taglierà in due. 
Ma da queste profonde 
ferite usciranno 
farfalle libere. 

(Alda Merini)